Il Cammino nasce tra i poveri come frutto del Concilio Vaticano II. Kiko stesso ce lo racconta con la sua esperienza. Kiko (Francisco José Gómez Argüello Wirtz), era un pittore spagnolo , affermato, ateo, attratto dal pensiero di Sartre. Ad un certo punto della sua vita cadde in una crisi esistenziale e in questa crisi si avvicina al cristianesimo. Lavorando con un gruppo di artisti e architetti di arte sacra, entrò in contatto con la spiritualità di Charles de Foucauld. Da qui nasce il pensiero di andare a vivere nelle baroccopoli di Palomeras Altas, alla periferia di Madrid, in un contesto sociale caratterizzato da una forte emarginazione e degrado. Persone abituate a vivere ai margini della società con furti e cose varie. Qui Kiko incontra Carmen Hernandez (laureata in chimica e associata per alcuni anni all’Istituto Misioneras de Cristo Jesús), e dal 1964 al 1967 collabora con lei all’elaborazione di una “sintesi kerigmatico-catechetica” ispirata al Concilio Vaticano II e fondata su un connubio tra Parola di Dio, Liturgia ed esperienza comunitaria che sarà la base dottrinale del futuro Cammino neocatecumenale. L'Arcivescovo di Madrid , venuto a conoscenza di questi piccoli gruppi che si stavano creando nelle baraccopoli, invitò Kiko a fare la stessa esperienza in alcune parrocchie di Madrid e di Zamora. Ma l'esperienza fu divesa, perchè nelle parrocchie cittadine non si davano gli stessi frutti delle baracche. Forse la gente della città non sentiva la stessa esigenza delle persone delle baracche , perchè loro erano più benestanti e quindi vedevano questi incontri come conferenze di teologia, come un qualcosa di intellettuale e non una esperienza personale viva , come un cammino di conversione, un cammino di discesa, kenosis dove l'uomo vecchio si spoglia per poter essere rivestito della nuova creazione nello spirito di Gesu Cristo. Nel 1968 Kiko e Carmen furono invitati in Italia da mons. Torreggiani e lo stesso Morcillo scrisse una lettera al vicario di Paolo VI. Andarono a vivere nelle baracche del Borghetto Latino a Roma e avviarono il cammino nella parrocchia di Nostra Signora del Santissimo Sacramento e Santi Martiri Canadesi, in seguito in altre parrocchie. Da Roma il cammino si è diffuso in tante alre regioni d'Italia e del mondo.
"...un altro gruppo, è questo il gruppo di sacerdoti e laici che rappresentano il movimento, un movimento - ecco le cose postconciliari - delle comunità neocatecumenali. Quanta gioia e quanta speranza ci date con la vostra presenza e con la vostra attività. Il vostro proposito, mentre per voi è un modo consapevole, autentico di vivere la vocazione cristiana, si traduce anche in una testimonianza efficace per gli altri, fate dell'apostolato solo perchè siete quello che siete, in un stimolo alla riscoperta e recupero dei valori cristiani veri, autentici, effettivi che potrebbero altrimenti restare quasi nascosti e sopiti, e quasi diluiti nella vita ordinaria. No! voi li mettete in evidenza, in emergenza e date loro uno splendore morale veramente esemplare proprio perchè cosi, con questo spirito cristiano, voi vivete questa vostra comunità neocatecumenale. Vivere e promuovere questo risveglio è quanto voi chiamate una forma di "dopo il battesimo" che potrà rinnovare nelle odierne comunità cristiane quegli effetti di maturità e di approfondimento che nella chiesa primitiva erano realizzati dal periodo di preparazione prima del battesimo; voi lo portate dopo: il prima o il dopo, direi, è secondario. Il fatto è che voi mirate all'autenticità, alla pienezza, alla coerenza, alla sincerità della vita cristiana. E questo è merito grandissimo, ripeto, che ci consola enormemente, che ci suggerisce e ci ispira gli auguri, i voti e le benedizioni più copiose per voi, per quanti vi assistono e per quanti voi potete col vostro saluto e col vostro messaggio salutare da parte nostra".
2 Novembre 1980
Durante la visita alla parrocchia di nostra Signora del Santissimo Sacramento e Santi Martiri Canadesi.
"Noi, carissimi, viviamo in un periodo in cui si sente, si fa l'esperienza di un confronto radicale - e io lo dico perchè questa è anche la mia esperienza di tanti anni - di un confronto radicale che si impone dappertutto. Non ve n'è un'unica edizione, ve ne sono diverse nel mondo: fede e antifede, Vangelo e antivangelo, Chiesa e antichiesa, Dio e antidio, se possiamo dire cosi. Non esiste un antidio, non può esistere un antidio, ma può esistere un antidio nell'uomo, si può creare nell'uomo la negazione radicale di Dio. Ecco, noi vivamo questa esprienza storica, e più che nelle epoche precedenti. In questa nostra epoca abbiamo bisogno di riscoprire una fede radicale, radicalmente compresa, radicalmente vissuta e radicalmente realizzata. Noi abbiamo bisogno di una tale fede. Io spero che la vostra esperienza sia nata in tale prospettiva e possa guidare verso una sana radicalizzazione del nostro cristianesimo, della nostra fede, verso un autentico radicalismo evangelico. Per questo voi avete bisogno di grande spirito, di grande autocontrollo, e anche, come ha dettto il vostro primo catechista, di grande obbedienza alla chiesa. Cosi si è fatto sempre. Questa testimonianza hanno dato i santi. Questa prova ha dato San Francesco, questa prova hanno dato vari carismatici nelle diverse epoche della Chiesa. Ci vuole questo radicalismo, direi questa radicalizzazione della fede, si, ma essa deve essere sempre inquadrata nell'iniseme della Chiesa, nella vita della Chiesa, nella guida della Chiesa, perchè la chiesa nel suo insieme ha ricevuto lo Spirito Santo da Cristo nella persona degli apostoli dopo la sua risurrezioine.... Questa gioia che si incontra nei vostri ambienti , nei vostri canti, nel vostro comportamento, questa gioia può essere certamente anche un segno del temperamento meridionale, ma io spero che sia un frutto dello Spirito, e vi auguro che tsle sia. Si, la Chiesa ha bisogno della gioia, perchè la gioia, con le sue espressioni diverse è rivelazione della felicità. Ecco, qui l'uomo si trova dinanzi alla sua vocazione fondamentale, possiamo dire quasi naturale: l'uomo è creato per essere felice, per la felicità. Se vede questa felicità, se la incontra nelle espressioni della gioia, può cominciare un cammino. Ma anche qui devo dirvi: si, i canti, bene; le vostre espressioni della gioia, bene; ma per questo cammino lo Spirito è colui che dà l'inizio".
5 Maggio 2018
Durante l'incontro a Tor Vergata (Roma) per il 50° anniversario del Cammino Neocatecumenale.
Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Sono felice di incontrarvi e dire con voi: grazie! Grazie a Dio, e anche a voi, soprattutto a quanti hanno fatto un lungo viaggio per essere qui. Grazie per il “sì” che avete detto, per aver accolto la chiamata del Signore a vivere il Vangelo e ad evangelizzare. E un grande grazie va anche a chi ha iniziato il Cammino neocatecumenale cinquant’anni fa.
Cinquanta è un numero importante nella Scrittura: al cinquantesimo giorno lo Spirito del Risorto discese sugli Apostoli e manifestò al mondo la Chiesa. Prima ancora, Dio aveva benedetto il cinquantesimo anno: «Il cinquantesimo anno sarà per voi un giubileo» (Lv 25,11). Un anno santo, nel quale il popolo eletto avrebbe toccato con mano realtà nuove, come la liberazione e il ritorno a casa degli oppressi: «Proclamerete la liberazione nella terra per tutti i suoi abitanti – aveva detto il Signore –. […] Ognuno di voi tornerà nella sua proprietà e nella sua famiglia» (v. 10). Ecco, dopo cinquant’anni di Cammino sarebbe bello che ciascuno di voi dicesse: “Grazie, Signore, perché mi hai davvero liberato; perché nella Chiesa ho trovato la mia famiglia; perché nel tuo Battesimo le cose vecchie sono passate e gusto una vita nuova (cfr 2 Cor 5,17); perché attraverso il Cammino mi hai indicato il sentiero per scoprire il tuo amore tenero di Padre”.
Cari fratelli e sorelle, alla fine canterete il “Te Deum di ringraziamento per l’amore e la fedeltà di Dio”. È molto bello questo: ringraziare Dio per il suo amore e per la sua fedeltà. Spesso lo ringraziamo per i suoi doni, per quello che ci dà, ed è bene farlo. Ma è ancora meglio ringraziarlo per quello che è, perché è il Dio fedele nell’amore. La sua bontà non dipende da noi. Qualsiasi cosa facciamo, Dio continua ad amarci fedelmente. Questa è la fonte della nostra fiducia, la grande consolazione della vita. Allora coraggio, non contristatevi mai! E quando le nubi dei problemi sembrano addensarsi pesantemente sulle vostre giornate, ricordatevi che l’amore fedele di Dio splende sempre, come sole che non tramonta. Fate memoria del suo bene, più forte di ogni male, e il dolce ricordo dell’amore di Dio vi aiuterà in ogni angustia.
Manca ancora un grazie importante: a quanti state per andare in missione. Sento di dirvi qualcosa dal cuore proprio sulla missione, sull’evangelizzazione, che è la priorità della Chiesa oggi. Perché missione è dare voce all’amore fedele di Dio, è annunciare che il Signore ci vuole bene e che non si stancherà mai di me, di te, di noi e di questo nostro mondo, del quale forse noi ci stanchiamo. Missione è donare ciò che abbiamo ricevuto. Missione è compiere il mandato di Gesù che abbiamo ascoltato e su cui vorrei soffermarmi con voi: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli» (Mt 28,19).
Andate. La missione chiede di partire. Ma nella vita è forte la tentazione di restare, di non prendere rischi, di accontentarsi di avere la situazione sotto controllo. È più facile rimanere a casa, circondati da chi ci vuol bene, ma non è la via di Gesù. Egli invia: “Andate”. Non usa mezze misure. Non autorizza trasferte ridotte o viaggi rimborsati, ma dice ai suoi discepoli, a tutti i suoi discepoli una parola sola: “Andate!”. Andate: una chiamata forte che risuona in ogni anfratto della vita cristiana; un invito chiaro a essere sempre in uscita, pellegrini nel mondo alla ricerca del fratello che ancora non conosce la gioia dell’amore di Dio.
Ma come si fa per andare? Bisogna essere agili, non si possono portar dietro tutte le suppellettili di casa. La Bibbia lo insegna: quando Dio liberò il popolo eletto, lo fece andare nel deserto col solo bagaglio della fiducia in Lui. E fattosi uomo, camminò Egli stesso in povertà, senza avere dove posare il capo (cfr Lc 9,58). Lo stesso stile domanda ai suoi. Per andare bisogna essere leggeri. Per annunciare bisogna rinunciare. Solo una Chiesa che rinuncia al mondo annuncia bene il Signore. Solo una Chiesa svincolata da potere e denaro, libera da trionfalismi e clericalismi testimonia in modo credibile che Cristo libera l’uomo. E chi, per suo amore, impara a rinunciare alle cose che passano, abbraccia questo grande tesoro: la libertà. Non resta più imbrigliato nei propri attaccamenti, che sempre reclamano qualcosa di più ma non danno mai la pace, e sente che il cuore si dilata, senza inquietudini, disponibile per Dio e per i fratelli.
“Andate” è il verbo della missione e ci dice ancora una cosa: che si coniuga al plurale. Il Signore non dice: “vai tu, poi tu, poi tu…”, ma “andate”, insieme! Pienamente missionario non è chi va da solo, ma chi cammina insieme. Camminare insieme è un’arte da imparare sempre, ogni giorno. Bisogna stare attenti, ad esempio, a non dettare il passo agli altri. Occorre piuttosto accompagnare e attendere, ricordando che il cammino dell’altro non è identico al mio. Come nella vita nessuno ha il passo esattamente uguale a un altro, così anche nella fede e nella missione: si va avanti insieme, senza isolarsi e senza imporre il proprio senso di marcia; si va avanti uniti, come Chiesa, coi Pastori, con tutti i fratelli, senza fughe in avanti e senza lamentarsi di chi ha il passo più lento. Siamo pellegrini che, accompagnati dai fratelli, accompagnano altri fratelli, ed è bene farlo personalmente, con cura e rispetto per il cammino di ciascuno e senza forzare la crescita di nessuno, perché la risposta a Dio matura solo nella libertà autentica e sincera.
Gesù risorto dice: «Fate discepoli». Ecco la missione. Non dice: conquistate, occupate, ma “fate discepoli”, cioè condividete con gli altri il dono che avete ricevuto, l’incontro d’amore che vi ha cambiato la vita. È il cuore della missione: testimoniare che Dio ci ama e che con Lui è possibile l’amore vero, quello che porta a donare la vita ovunque, in famiglia, al lavoro, da consacrati e da sposati. Missione è tornare discepoli con i nuovi discepoli di Gesù. È riscoprirsi parte di una Chiesa che è discepola. Certo, la Chiesa è maestra, ma non può essere maestra se prima non è discepola, così come non può esser madre se prima non è figlia. Ecco la nostra Madre: una Chiesa umile, figlia del Padre e discepola del Maestro, felice di essere sorella dell’umanità. E questa dinamica del discepolato – il discepolo che fa discepoli – è totalmente diversa dalla dinamica del proselitismo.
Qui sta la forza dell’annuncio, perché il mondo creda. Non contano gli argomenti che convincono, ma la vita che attrae; non la capacità di imporsi, ma il coraggio di servire. E voi avete nel vostro “DNA” questa vocazione ad annunciare vivendo in famiglia, sull’esempio della santa Famiglia: in umiltà, semplicità e lode. Portate quest’atmosfera familiare in tanti luoghi desolati e privi di affetto. Fatevi riconoscere come gli amici di Gesù. Tutti chiamate amici e di tutti siate amici.
«Andate e fate discepoli tutti i popoli». E quando Gesù dice tutti sembra voler sottolineare che nel suo cuore c’è posto per ogni popolo. Nessuno è escluso. Come i figli per un padre e una madre: anche se sono tanti, grandi e piccini, ciascuno è amato con tutto il cuore. Perché l’amore, donandosi, non diminuisce, aumenta. Ed è sempre speranzoso. Come i genitori, che non vedono prima di tutto i difetti e le mancanze dei figli, ma i figli stessi, e in questa luce accolgono i loro problemi e le loro difficoltà, così fanno i missionari con i popoli amati da Dio. Non mettono in prima fila gli aspetti negativi e le cose da cambiare, ma “vedono col cuore”, con uno sguardo che apprezza, un approccio che rispetta, una fiducia che pazienta. Andate così in missione, pensando di “giocare in casa”. Perché il Signore è di casa presso ciascun popolo e il suo Spirito ha già seminato prima del vostro arrivo. E pensando al nostro Padre, che tanto ama il mondo (cfr Gv 3,16), siate appassionati di umanità, collaboratori della gioia di tutti (cfr 2 Cor 1,24), autorevoli perché prossimi, ascoltabili perché vicini. Amate le culture e le tradizioni dei popoli, senza applicare modelli prestabiliti. Non partite dalle teorie e dagli schemi, ma dalle situazioni concrete: sarà così lo Spirito a plasmare l’annuncio secondo i suoi tempi e i suoi modi. E la Chiesa crescerà a sua immagine: unita nella diversità dei popoli, dei doni e dei carismi.
Cari fratelli e sorelle, il vostro carisma è un grande dono di Dio per la Chiesa del nostro tempo. Ringraziamo il Signore per questi cinquant’anni: un applauso ai cinquant’anni! E guardando alla sua paterna, fraterna, e amorevole fedeltà, non perdete mai la fiducia: Egli vi custodirà, spronandovi al tempo stesso ad andare, come discepoli amati, verso tutti i popoli, con umile semplicità. Vi accompagno e vi incoraggio: andate avanti! E, per favore, non dimenticatevi di pregare per me, che rimango qui!
8 Maggio 1974
Udienza Generale